Xenia

E' prerogativa della grandezza recare felicità con piccoli doni

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Mi fa “una specie” di pacchetto regalo?

Ho sempre odiato i clienti che mi fanno questa domanda.
Cazzo vuol dire “una specie” di pacchetto regalo?
Te lo devo fare male?
Spiegazzo un po’ la carta?
Te lo impacchetto, ma non tolgo il prezzo?
Lo avvolgo nella carta dello scontrino?

Ebbene, oggi, a una cliente che, indicando un lucidalabbra, mi chiedeva cosa fosse, ho risposto, senza riflettere: - È “una specie” di lucidalabbra.

SHAME ON ME!

Archiviato in ma la vera questione è che non lavoro da kiko ma proprio no tristezza a palate

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Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili, ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare - loro, goccioline quasi impalpabili - l’immenso edificio del ricordo.

Alla ricerca del tempo perduto
Dalla parte di Swann

Marcel Proust

Archiviato in non avevo letto niente

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Introspezioni #17

La nostalgia non è un sentimento temporaneo, ma una condizione.

Quando il pellegrino si è perso così tanto da non sentirsi a casa in nessun luogo e in tutti i luoghi, sviluppa in sé una condizione di nostalgia costante, nella quale, a un tempo, vorrebbe partire, tornare e restare.

Ha nostalgia di dove è stato, ma mentre era via, aveva nostalgia di casa o di altri luoghi ancora.

Io, per me, ho nostalgia anche di tutte le me che non sono e che non sarò, di ciò che ancora non ho visto e che non vedrò, di tutte le vite che non ho vissuto e che non vivrò.

La finitezza mi opprime.

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Allarme pippone

Recentemente mi è stato detto che sembra che io sia sempre incazzata col mondo e che abbia sempre qualcosa da rivendicare.

 E’ una cosa che mi ha colpito molto, perché non è nemmeno la prima volta che me la sento dire.

Penso di essere cambiata molto negli anni e che la me di adesso sia riuscita in qualche modo a ridimensionare molto della me di qualche anno fa; però è vero, su questa cosa non sono riuscita ad intervenire, o non ho voluto intervenire.

 Mi si rimproverava, nello specifico, il mio continuo attaccare, come sfondo costante in tutti i miei discorsi, la maggior parte delle volte indirettamente, le persone che hanno avuto una vita “facile”.

So di usare questo termine impropriamente, perché per un motivo o per un altro nessuno ha avuto una vita facile, però diciamo che ci sono persone che non hanno mai dovuto preoccuparsi di dover lavorare fino a una certa età, che hanno potuto frequentare l’università in maniera tranquilla, mantenuti in tutto dai genitori, che hanno alle spalle famiglie solide o quantomeno non disastrate, che hanno potuto permettersi di fare scuole di specializzazione, dottorati senza borsa, stage e tirocini completamente non retribuiti e che hanno potuto cominciare a porsi i problemi della vita intorno ai 30 anni.

Per me non è stato così, e nonostante ciò mi ritengo una persona estremamente fortunata, sono nata in Occidente, cosa che mi ha garantito condizioni igieniche adeguate, un’istruzione obbligatoria, una società con discreta libertà d’espressione e che io mi posso permettere di criticare, schifare ed etichettare come il più bieco capitalismo consumistico solo grazie ai diritti che questa stessa società perversa mi ha garantito fin dalla nascita. Ora sta poi cercando di togliermeli uno a uno, ma questa è un’altra storia.

Sono fortunata, dicevo. O tale mi sento. Ma alcune vicende della mia vita, unite a una condizione economica abbastanza difficoltosa e a una situazione familiare certamente non rosea mi hanno portata a dover sviluppare alcune capacità in maniera più approfondita o forse semplicemente prima del tempo.

Io lo chiamo spirito di sopravvivenza.

Come quando ti trovi in mezzo ad una foresta devi escogitare un modo per trovare del cibo, ripararti dagli agenti atmosferici e difenderti dagli animali.

Ecco, forse in una foresta vera soccomberei in meno di 24 ore, ma alla vita io sono sopravvissuta.

Sono sopravvissuta a molte vicende e ho puntato a terra il ginocchio, poi il piede e mi sono rialzata.

E ho imparato a trovare soluzioni laddove non sembra che ce ne siano, o a trovare il modo di accettare le cose che non posso cambiare o risolvere.

Ho imparato a badare a me stessa, ad essere indipendente economicamente in tutto e per tutto, a minimizzare i miei problemi e a pesare il meno possibile sugli altri.

E questa pressoché totale autosufficienza ha cominciato a generare un complesso di superiorità strisciante che nella maggior parte dei casi riesco a ridimensionare in pochi istanti, ma che qualche volta degenera in considerazioni tranchant del tipo: “Se hai 30 anni e vivi ancora coi tuoi, cazzo ne sai della vita”, “Se non hai mai vissuto all’estero, cazzo ne sai del mondo”, “Se ti han pagato gli studi e l’affitto per tutto il periodo universitario, cazzo ne sai dei problemi per arrivare a fine mese”, “Se basta che ti lamenti un po’ e i tuoi ti ricoprono di soldi, cazzo ne sai di come si tira avanti da soli” e potrei andare avanti all’infinito, ma soprattutto potrei descrivere nel dettaglio con quale sopraffina abilità dialettica riesco a far sentire in colpa persone di cose di cui non avrebbero nessun motivo di sentirsi in colpa (non sempre quantomeno).

E’ come se le persone che hanno avuto la vita più facile o situazioni economiche o familiari più agiate, mi dovessero dimostrare che quelle cose se le sono meritate, che le hanno capite, che le hanno apprezzate.

Perché io, invece, credo di essere piuttosto in credito con la vita.

E lo so che non è colpa loro e non è colpa di nessuno, però a volte non riesco a togliermi questa pretesa, nei confronti delle persone, che mi dimostrino che se la sanno cavare almeno quanto me, che sono capaci di badare a se stesse almeno quanto me, che sanno essere indipendenti almeno quanto me.

Sembra un discorso molto autoriferito, lo so.
Ma io ho solo me.
Non ho i soldi, non ho un lavoro prestigioso, non ho la bellezza di una modella, non ho l’intelligenza di un premio nobel, non ho una famiglia alle spalle che mi risolve tutto.

Ho solo me.
E tutto quello che sono stata capace di fare con niente.

E quindi, tutto sommato, la difendo quest’arroganza.
Perché è quella che mi ha permesso di credere in me abbastanza da superare e affrontare tante cose.
Ma mi ha anche intrappolata nella convinzione di non aver bisogno di nessuno perché nessuno può badare a me meglio di quanto possa fare io.

E questo ci riporta al discorso aridità/non sento niente/non m’innamorerò mai più nel quale non è il caso di imbarcarsi.

P.S. Un applauso ai temerari che hanno letto fino a qui.

P. P. S. Un minuto di silenzio per quelli che, nel frattempo, sono morti di noia.

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Redbull a colazione

- Buongiorno
- Dica
- Guardi, mi sono svegliata con quest’occhio un po’ gonfio qua sotto…
- Ah. Io un antibiotico per una cosa del genere non te lo do.
A parte che è appena appena arrossato, non c’è secrezione e magari è solo un colpo d’aria.
No no. Io l’antibiotico non te lo do.
Al massimo un collirio antistaminico.
Va bene un collirio antistaminico?
Così cominci a pulirlo un po’ almeno dalla polvere.
- …va bene.
- Ecco a te.
- Grazie, arrivederci.
- Arrivederci.

Io la redbull me la prendevo per far nottata sui libri prima di un esame, bisognerebbe dire al farmacista che non è una buona idea spararsene tre litri in vena a colazione.

Cheers.

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